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Ninna
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martedì, 20 febbraio 2007
Prologo
L’ultimo invitato se ne andò a sera tarda. Era ubriaco, e dovette essere accompagnato fuori da un servo. Sulana vide entrambi barcollare nel buio del giardino. L’uomo bofonchiava qualcosa che non riusciva a capire, forse una canzone lasciva.
Era stanca, stremata. Lo sforzo di mostrarsi seria, compita, e sorridere quando le veniva richiesto l’aveva distrutta. Non così Dohor, suo marito da quella mattina. Sembrava nato per quel tipo di cose. Aveva preso la sua mano con grazia davanti al sacerdote ed era stato la sua guida per tutto il giorno. Mai una parola fuori posto, mai un segno di cedimento. Sulana si era meravigliata. Come faceva a sapere sempre cosa dire a ciascuno? Era un’arte che lei non aveva mai imparato. Non fosse stato così, forse non si sarebbe mai sposata.

Erano stati i consiglieri.
«Avete l’età giusta».
«La gente mormora sul vostro conto».
«Un re ci vuole».
Aveva resistito per sette anni. Era riuscita a guidare il proprio paese, la Terra del Sole, attraverso la guerra e la pace, era riuscita ad imporre il proprio volere e a prevalere su cortigiani e ministri. Ma infine aveva capito di non farcela più. Sebbene avesse poco più di venti anni, si sentiva vecchia, e derubata dell’infanzia. Non poteva andare avanti così. Il coraggio e la forza erano finiti, e allora aveva acconsentito. Si sarebbe sposata.
Non si interessò poi molto a chi dovesse essere il suo futuro marito. Voleva solo riposo, e se quel riposo doveva passare attraverso l’abbraccio di un uomo che non conosceva, che così fosse.
La vinse quel ragazzo appena più giovane di lei, coi capelli di un biondo quasi bianco, e gli occhi chiarissimi.
«Sì» aveva mormorato Sulana quando lui aveva chiesto la sua mano. Aveva provato disgusto per la propria debolezza per un istante solo.
Non si può essere forti in eterno, si era detta mordendosi le labbra. L’ombra di un sorriso trionfante era apparso sul volto del suo promesso sposo.
Poi era stato un turbinio di eventi. La preparazione del banchetto, della cerimonia, le innumerevoli prove per l’abito nuziale, le scelte infinite cui veniva sottoposta. Sulana si osservava vivere. Non le sembrava neppure sua la voce che, stanca, dava indicazioni e ordini.
«Sì, i giaggioli al centro della grande tavolata. Certo, ringrazierò quanto prima il ministro per il suo grazioso regalo».
E Dohor assente, lontano. Da quando l’aveva chiesta in sposa non si erano quasi rivolti la parola.
Come sarà con me? Sarà gentile? Saprò amarlo?
Era un matrimonio di convenienza, nulla più. Lui sarebbe stato re, lei avrebbe avuto la pace che desiderava. Ma da bambina aveva sempre sognato di poter vivere con qualcuno che amava. Per questo guardava speranzosa il suo futuro marito che assisteva ai preparativi. Lo spiava nell’immenso giardino del palazzo, nascosta vicino al pozzo. Le sembrava sicuro e deciso, e anche bello, col suo fisico asciutto. C’era però in lui anche qualcosa di inquietante. Forse il suo sorriso, o il suo modo di fare. E quel qualcosa la spaventava, ma al tempo stesso la attirava. Era il mistero che emanava da lui. Era il fatto che fossero estranei l’uno all’altra.
Cominciò a credere di amarlo. E se lei lo amava, chissà…forse Dohor avrebbe anche potuto ricambiarla.

Fu una cerimonia lunga. Cortigiani, reali, principi, guerrieri, ministri, semplici parassiti. Uno dopo l’altro si inginocchiavano innanzi alla coppia reale. Sulana sorrideva, la mano lievemente appoggiata a quella di suo marito. Ma nessuno sembrava guardarla davvero. Gli sguardi la trapassavano, e lei si sentiva invisibile, persino per Dohor, compreso nel ruolo di re.
Solo Ido sembrò vederla veramente. Giunse al suo cospetto tenendo per il braccio Soana, la donna che amava e con cui viveva. Esperta di magia, Soana era l’antico Consigliere della Terra del Vento, reintegrata al suo posto dopo la partenza di Sennar. Ido porse alla sposa un fiore e un sorriso pieno di comprensione. Sulana ricambiò con sincerità, ed era la prima volta da quando quell’interminabile giornata era iniziata.
Di tutt’altro tono fu invece lo sguardo che lo gnomo indirizzò a suo marito. Non apertamente ostile, ma di sicuro gelido. Dohor dapprima parve non accorgersene.
«Il nostro amato Supremo Generale!» fece con voce squillante. «Alzatevi, alzatevi».
«Grazie, Vostra Maestà» biascicò Ido con poca simpatia.
«È davvero strano che siate voi, ora, a dovervi inchinare innanzi a me. Fino a ieri era il contrario».
Sulana trovò inopportune quelle parole, ma le attribuì al vino e all’eccitazione dell’evento.
«Già, così gira la ruota della sorte, no?».
Soana si irrigidì, Sulana lo notò immediatamente.
«I migliori auguri a voi e alla vostra consorte per un regno lungo e pacifico» disse la maga con un sorriso.
«Grazie, grazie» tagliò corto Dohor, vagamente piccato. Poi si rivolse di nuovo ad Ido: «In ogni caso, io non dimentico di essere prima di tutto un Cavaliere di Drago, e non verrò mai meno ai miei doveri militari. È una gran fortuna per un regno avere un re esperto di guerra, non credete?».
«Se fossimo in tempi di guerra sarebbe una gran fortuna, indubbiamente».
«Già, ma nessuno può mai prevedere quando la guerra arrivi…».
«Vi ringrazio ancora per averci onorato con questo invito, lunga vita ai regnanti» si affrettò a dire di nuovo Soana con un inchino. Ido, confuso, fece altrettanto.
Andarono via, e Sulana sentì un lieve tremito nella mano del marito. Si volse a guardarlo, ma lui non ricambiò. Freddo e composto, aveva già pronto un nuovo sorriso per l’ospite successivo.

Sulana si cambiò in fretta, e quasi fece spazientire l’ancella che l’aiutava.
«Rovinerete il vestito!».
Non le interessava. In ogni caso, non l’avrebbe indossato mai più. La sua prima notte di nozze l’attendeva, e non sapeva se essere impaurita o felice.
Pallida, entrò nella camera. C’era una sola candela a rischiararla, e la luce piena di una splendida luna estiva. Era vuota.
Sulana restò sulla porta. Si volse verso il corridoio, ma non c’era nessuno. Richiamò l’ancella. «Dov’è il re?»
«Non lo so, mia regina, non l’ho visto uscire».
Dov’era Dohor? Cosa poteva essere più importante della sua sposa?
Rigida, Sulana si sedette sulla sponda del letto. Aveva una stupida paura di sgualcire le lenzuola. Rimase in attesa.

Era notte fonda. Di Dohor ancora nessuna traccia. Cos’era successo? Sulana non era più riuscita ad  aspettare. Ora camminava nel giardino buio, scalza. Le piaceva il solletichio dell’erba sotto i piedi.
Con un sospiro pensò ai suoi sogni, a come nulla le fosse rimasto delle illusioni della giovinezza.
Sentì un bisbiglio. Si volse. Lo seguì.
Cercò di far piano. A quell’ora nel giardino non avrebbe dovuto esserci nessun altro. Per un attimo si illuse che potesse essere Dohor. Forse la attendeva lì, forse era una specie di sorpresa. Un pensiero molto sciocco, ma anche molto dolce.
Quando vide un’ombra tra le siepi di bosso, sotto il salice, il suo cuore ebbe un tuffo. Un mormorio. La sua voce? No, due voci. E due figure, anche.
Si nascose dietro l’albero.
«E perché non siete venuto durante la cerimonia?».
«Quelli come me entrano nei palazzi solo in certe occasioni, e non sono liete come i matrimoni. Dove passiamo noi, entra la morte».
Era una voce fredda e misurata, colorata da una nota appena percettibile di divertimento. L’altra invece era inconfondibile. Dohor. Sulana riconobbe la sua risata.
«Capisco. Ebbene, c’è altro che dovete dirmi?».
«Nient’altro, per ora. Se non complimentarmi: ho trovato in voi un giovane acuto e assai perspicace».
«Non sarei qui, se non lo fossi».
«Ma è solo l’inizio, giusto?».
«Certamente».
Di nuovo quella risata sottile, che fino ad un giorno prima le apriva il cuore, e che ora glielo gelava.
«Di sicuro in futuro vorrò avvalermi dei servigi vostri e della vostra setta».
«A vostra disposizione. Ovviamente, ricordate il nostro prezzo…».
«Non sarà un problema fare qualche indagine nella Grande Terra».
L’altro uomo si inchinò con eleganza. «Mi spiace non avere del vino per brindare al nostro patto».
«Lo faremo poi, quando la nostra collaborazione porterà i primi frutti».


Sulana vide Dohor prendere la strada del palazzo. Aveva le gambe paralizzate, ma doveva muoversi, correre nella loro stanza. Lo fece. Del resto conosceva la reggia meglio del suo sposo.
Arrivò alla porta poco prima di lui, si infilò dentro, e si mise a letto, seduta, le mani in grembo. E ora?
Dohor aprì la porta con cautela. Quando la vide sveglia, rimase sull’uscio interdetto. «Non dormi?».
Lei non seppe che dire. «Ti aspettavo…».
Lui si chiuse la porta dietro. «Mi spiace. Avrei dovuto avvisarti che avevo da fare. Davvero, non c’era ragione che mi aspettassi».
Cortese. Ma freddo. Si mise dietro il paravento per cambiarsi. Sulana lo sentì armeggiare con l’acqua della brocca, sentì il rumore della sua spada mentre la riponeva. Non una parola. Lei invece aveva molte domande che le premevano sulle labbra.
Dohor uscì dal paravento con una casacca e un paio di brache militari. Prese la candela a fianco del letto e fece per spegnerla.
«Dove sei stato?».
La domande esplose quasi senza che lei lo volesse.
Dohor si bloccò. Non si girò. «Te l’ho detto, avevo da fare».
«Non vuoi dirmi cosa?».
«Non è affar tuo».
Le sue dita si avvicinarono allo stoppino. Sulana si sentì improvvisamente irritata.
«Ti ho visto parlare con un uomo nel giardino».
Dohor si voltò verso di lei di scatto. «Mi hai spiato?».
I suoi occhi chiari si erano improvvisamente riempiti di un misto di rabbia e timore.
«Ero lì per caso…».
Le afferrò i polsi. «E ti sei messa a spiarci? Come hai osato?».
Sulana fu improvvisamente presa da terrore. Era sola in stanza con uno sconosciuto, uno sconosciuto che improvvisamente la aggrediva. Sentì le lacrime in gola.
«Sono arrivata e non c’eri…non sapevo se preoccuparmi o cosa…e ti ho aspettato…ma era tardi…ero delusa…e allora…è la nostra prima notte di nozze…» concluse guardandolo e cercando comprensione. Non ne trovò neppure un briciolo.
«Quel che faccio non ti riguarda. Ora sono il re, gli affari di stato sono passati in mano mia»
In cuor suo Sulana aveva già capito, tuttavia non poté impedirsi di provare ancora. «Ma ora siamo marito e moglie…e quell’uomo…quell’uomo mi ha messo paura…».
Dohor fece un sorriso sghembo. «Marito e moglie? Re e regina, piuttosto. Tu eri stanca, e io volevo il trono, tutto qua. Quell’uomo mi porterà in alto, molto in alto, e sarà un bene anche per te ».
La mollò con malagrazia, spense la candela e si sdraiò dandole la schiena.
Sulana rimase seduta al buio, gli occhi spalancati. Lo sentì girarsi di nuovo.
«E non osare mettermi i bastoni tra le ruote, chiaro? Abbiamo un accordo, e tu non lo violerai».
Lo disse con calma glaciale; poi tirò a sé le coperte.
Sulana restò a lungo immobile, le lacrime che scendevano lente lungo le gote, senza neppure un singhiozzo.
Aveva fatto un errore. Solo col tempo avrebbe capito quanto grande.

Scritto licia_t alle 07:40 * post * commenti (36)

sabato, 07 gennaio 2006
Noè al femminile
Stamane il mio viaggio all'osservatorio sarebbe stato di certo più rapido e confortevole se avessi preso il traghetto Roma Monte Porzio. Invece ho preferito fare sport estremo e arrampicarmi fino ai Castelli facendo rafting. Media di crociera, 60 km/h, ma ho toccato anche punte di 40, quando si trattava di guadare qualche pantano.
Davvero, sembra il diluvio universale. Stamattina quando mi sono svegliata stavo per protestare perchè era ancora tutto buio. Insomma, non potevano essere le 8.00, era palese, con tutto quel buio...È che oggi è il diluvio universale. Qualcuno ai piani alti si deve essere rotto le scatole e ha deciso di aprire i rubinetti. Che culo, prima del congresso, così almeno mi evito i sette minuti di gogna pubblica in inglese. La cosa deve essere proprio definitiva, perchè non ho visto arche di sorta in giro, quindi mi sa proprio che siamo al capolinea.
Giuro, ogni tanto la mia seicentina fendeva le onde che manco un motoscafo, e il camion davanti a me spargeva ondate alte mezzo metro sulle erbe al lato della strada. Fino a quando sono stata in pianura, bene o male si trattava di attraversare il Mar Rosso. Il dramma è subentrato quando ho iniziato la salita: le strade erano del tutto indistinguibili da simpatici torrentelli di montagna. C'erano fiumane di acqua che passavano da un lato all'altro della via.
Considerate poi che io, tra le altre svariate fobie che ho, ho anche quella dei fulmini, quindi potete immaginare che gioia sia stata per me farmi i cento metri complessivi dal portone di casa alla macchina e dalla macchina al portone dell'osservatorio sotto fulmini e tuoni. Una goduria. Fino a qualche tempo fa, quando ero costretta a muovermi sotto le nuvole o sotto gli acquazzoni, finivo per togliermi di dosso tutti gli oggetti metallici, il che significava rischiare di essere ficcata sotto da qualche macchina visto che mi toccava camminare senza occhiali. Ora sto cercando di fare la persona ragionevole e mi limito a correre come una dannata smadonnando a più non posso. Che volete, si migliora un passo per volta.
Ultima nota di colore, ho scoperto di non avere più bisogno delle previsioni del tempo: all'osservatorio ho tutto il necessario per capire che tempo farà l'indomani. Come avrete capito, infatti, l'osservatorio sta in collina, e gode di un'invidiabile vista su Roma. Ecco, basta guardare dalla balaustra. Se vedi Roma fino alla casetta più lontana, e magari intravedi anche il mare, allora è bel tempo secco e un po' freschino, e probabilmente il giorno prima ha piovuto di brutto. Se su Roma c'è una cappa di un simpatico color nero, caldo afoso con alta percentuale di umidità. Se Roma la vedi poco, possibili piogge il giorno seguente o a sera. Se Roma non la vedi e basta, ma godi di una rassicurante vista sul nulla, tipo stamane, è arrivato il diluvio universale. Più comodo di così...

P.S.
Andatevi a guardare questo gustoso video; è molto in tema col post odierno, e il percorso per raggiungerlo dal link è il seguente: 3D video -> seconda pagina -> Noah. Buon divertimento.

Noah

Scritto licia_t alle 11:25 * post * commenti

Incontri metropolitani

Rinevica. Proprio ieri mi lamentavo con un collega che non nevicavada dieci giorni e passa, ed è arrivata. Ieri pomeriggio, a tradimento. Spero in un bianco Natale...

Stamattina sulla metro ho incontrato un bimbo salame piccio piccio. Era bellissimo, come tutti, del resto. Occhi azzurri, incarnato pallido da buon tedeschino, passeggino oversize con sacco a pelo incluso nel prezzo. Non aveva i guanti, e si infilava le mani in bocca con convinzione e anche un certo metodo. E soprattutto mi guardava. Mi guardava interessato e curioso. Un bambino salame che non rifletteva sulla vacuità del cosmo. Straordinario. Gli ho fatto un po' di boccacce, gli ho sorriso, e lui ha continuato a infilarsi le mani in bocca fino al polso, guardandomi con questi due occhioni blu spalancati. Bellissimo.

Qualche giorno fa, sul tram che prendo di solito per tornare a casa dal lavoro, ho fatto un incontro. È salita una coppia e s'è seduta davanti a me. Lei non aveva nulla di particolare, una donna sulla trentina, i capelli neri molto mossi, abbastanza imbacuccata, ma neppure troppo per gli standard. Era lui che sembrava piombato a Monaco da una dimensione parallela. Faccia navigata, baffoni neri e capelli appiccicaticci alla testa. Impermeabile blu (l'unica cosa che stonava nel quadro, il colore) stazzonato, atteggiamento da uomo stanco della routine, uno che ne ha viste troppe. In mano aveva un cartoncino rettangolare e ci prendeva appunti con una penna. Faceva delle domande alla donna e scriveva. Mi sono sentita catapultata in un libro giallo, o forse un noir. Avevo davanti a me l'incarnazione sfigata e appesantita dagli anni dell'ispettore Derrik, che, come sapete, lavora proprio a Monaco. Mi ero già fatta un film in testa. Chissà che passato tormentato che aveva il tipo, e quanto doveva essere disilluso dal suo lavoro, dalla contiguità quotidiana coi mali e le miserie della città (per quanto, devo dire, Monaco è una città davvero poco torbida). Un rimpianto per ogni macchia dell'impermeabile. Me lo immaginavo tornare a casa la sera, dopo la giornata in commisariato, in un monolocale triste. Roba buttata ovunque, pasti frugali con cibi precotti, l'assenza di una mano femminile visibile ad ogni angolo. Me lo vedevo seduto davanti alla tv col barattolo di crauti in mano (siamo pur sempre in baviera), a pensare all'ultimo sturpo, all'ultimo omicidio, e a chiedersi triste: "Fino a quando?" (una domanda per nulla originale...l'ho già usata altrove...). Mi sembrava di essere finita in 36, un film che neppure ho tanto amato, ma le atmosfere erano quelle.  Mi dicevo che neppure credevo esistesse gente del genere. Poi, lui ha smesso di prendere appunti, ha girato il cartoncino verso la donna. C'erano una serie di numeri incolonnati e una cifra in fondo. Stava facendo i conti. I conti della spesa presumo. Lei probabilmente era la moglie, lui un impiegato, un manovale, non so.
Per questo si scrive, per tentare di portare la realtà a coincidere con le nostre fantasie.

Scritto licia_t alle 11:22 * post * commenti (1)

La mistica della musica
È cominciato tutto una sera. Non ricordo quanti anni avessi, comunque pochi. C’era un mio amico, e nel nostro salotto questo stereo splendido, con due casse più alte di me. Il mio amico ne era entusiasta. Voleva provarlo, e allora prende un cd, quello con la Toccata e Fuga di Bach, che ho consumato a furia di sentirlo. Lo mette dentro e spegne tutte le luci. Poi la musica parte. Le prime note strappano buio e silenzio, e l’attacco rapido e folgorante mi entra nella pancia come una lama.
Splendido.
Fantastico.
Resto di sasso, mentre le note dell’organo si inseguono nel buio che d’improvviso s’è popolato. E io capisco cosa è la musica. La tocco, la sento.
Ecco, quella sera ho capito che la musica è un’esperienza mistica che ha i suoi riti.
Io la musica la sento dappertutto. Però se davvero voglio viverla, ho bisogno del buio di quella sera, di stendermi sul pavimento, magari, e di muovermi, urlare. Finché la sento lì dove mi colpì la prima volta, nello stomaco, una forma indefinibile che preme per uscire. A quel punto, tocco l’irraggiungibile.
Che poi io di musica non capisco una cippa, lo so. Famosa è dove lavoro la mia più grossa figura di tolla: un amico mette su Mrs. Robinson e io “Belli i Beatles!”.

Però la adoro, e non mi interessa neppure capirla o meno. Io voglio solo sentirla, come quella prima sera.
Così, colleziono esperienze mistiche. Momenti in cui ti dici che hai capito tutto. Attimi. Irripetibili.
L’ultima esperienza mistica l’ho fatta quest’estate.
Ero in nave. Di notte. Il mio primo viaggio per mare.
Non avevo sonno, così me ne sono andata sul ponte.
Appena mi appoggio al corrimano lo vedo. Il nulla. Un nulla denso e vasto, immenso. Nelle orecchie, la musica dei Muse, Fury, a palla, perché il rito lo richiede; volume altissimo, quanto le orecchie sopportano.
Guardo il nulla, e mi spaventa. Mi spaventa e mi attrae. Il vento gonfio d’acqua, lo sciabordio delle onde, e poi il rumore del motore, il fumo bianco che viola l’oscurità della notte. Tutti segni che ci si sta inoltrando in territorio inesplorato. E non si può entrare in zona proibita senza timore, senza un senso di reverenza.

Il mare di notte è immenso. Né limiti né confini. Neppure il cielo. Eppure, sebbene tu non veda la linea dell’orizzonte, sai esattamente dove il mare finisce e inizia l’universo. Lo senti. Due immensità che si riflettono l’una nell’altra. Infinti che si sposano e si baciano. E tu navighi sulle loro labbra, solo, sperduto.
La musica è immensa, terribile, senza speranza.

Breathe in deep
and cleanse away our sins
and we’ll pray that there’s no God to punish us
and make a fuss

No, penso, non c’è Dio che possa perdonarci, per noi c’è solo punizione e terribile solitudine. Navighiamo su acque che non conosciamo, in un’immensità di nulla. E in questo viaggio siamo intrusi rumorosi. Calo gli occhi, e sotto di me vedo il lucore delle onde. In mezzo a tutto quel nero la spuma risalta brillante, fosforescente. Ha la stessa violenza del sangue che erompe da una ferita. Questo viaggio nel silenzio della notte è uno stupro. La nave è una lama che affonda nella carne del mare, e il mare geme, recalcitra.

Crack’s healing up
Future soul forgive this mess

Ma ci sono mali imperdonabili, ferite incancellabili. E la musica lo sa. E la voce che urla la speranza non ci crede. La chitarra canta l’impossibilità del perdono, la fine d’ogni velleità.
Mare. Nero. Musica. La nave. Tutto si confonde, e mi ritrovo ad urlare sulle note della canzone, a chiedere un futuro non così disperato, un futuro impossibile. Ed eccolo, il momento. L’intoccabile. L’eterno. Io, la musica, il mare. Tutto mescolato nella notte. E mi sento infinitamente piccola e sola, e così fusa con quella musica, così compenetrata in essa.
Poi la musica si spegne, sull’ultimo potente accordo di chitarra. Fine. Silenzio.
Il mare torna mare, e io torno coi piedi a terra. Sola di una solitudine che non è più così immensa e universale.

 

Ogni volta che sento quella canzone, mi ricordo della sera, e per quanto abbia tentato, sola nel buio della mia stanza, non sono mai riuscita a ripetere quell’istante, 5:02 minuti lunghi quanto l’eternità.

 

 

Scritto licia_t alle 11:20 * post * commenti (1)

E finalmente...parti I e II
È qualcosa come tre giorni che voglio scrivere questo post e non ci riesco. Mi metto bella seduta al pc, piena di buoni intenti, poi squilla il telefono, o arriva una mail. E puntualmente il contenuto della mail/telefonata inizia a farmi girare le palle, sicchè mi passa la voglia di parlarne e finisce che inizio a delirare sulla mia Settimana di Fuoco. Oggi no. Oggi sono calma. In pace col mondo. Assolutamente priva di voglia di fare una mazza. Insomma, in spirito adeguato per delirare di Star Wars.
A lungo sono stata un'incolta a livello di conoscenza del cinema di intrattenimento (sembra un po' l'inizio della Recherche, dite la verità...). Ad esempio non avevo mai visto Star Wars. Poi è arrivato il Vermone e me l'ha fatta conoscere. La prima volta che ho visto i tre film, in un piovoso pomeriggio estivo in montagna, mi sono detta "Sì, carino...però nulla di che". 
La settimana scorsa l'ho rivisto, l'hanno dato su Rai Tre. Il commento è passato da sì carino a "wow, che figata!". Credo che il cambio di giudizio sia dovuto al fatto che nel frattempo sono passata al fantasy. L'ho iniziato a leggere, ho iniziato a scriverne, è diventato l'immaginario su cui scorrono le mie giornate. E in Star Wars di fantasy ce n'è una marea. Visto oggi potrebbe non dire niente. Insomma, un qualsiasi film in cui il cattivone ad un certo punto dice all'eroe "Io sono tuo padre" genera incontrollate crisi di riso seguite da un "bella boiata". Oggi. Ma all'epoca di quei film no. George Lucas s'è inventato tutto. Ha fatto scuola. S'è inventato un modo di narrare che ancora oggi seguiamo. E s'è inventato una mitologia, un sistema di riferimento che ancora oggi, a vent'anni e più dal fattaccio, sopravvive. Se dico "che la forza sia con te", chi non capisce? Sono tutte cose che oggi paiono scontate, ma c'è voluto del genio per tirarle fuori. L'ho realizzato solo ora, rivedendolo.
Te vedi Star Wars, e dentro c'è tutto quello che vuoi. Bestie strane di ogni tipo (adoro gli orsetti...troppo carucci!!!), armi megagalattiche (che belli gli elefantoni!! Secondo me Peter Jackson s'è ispirato per Il Ritorno del Re...), amore, morte...tutto, e tutto esagerato ovviamente. Mi sono stupita al vedere quante cose che stanno lì dentro mi ricordano quel che ho scritto in questi anni. Quanto delle tematiche che stanno alla base di quei film siano le mie tematiche preferite. 
Poi c'ha i suoi difetti, eh? Ogni tanto appalla, certe cose potevano essere indagate meglio, ma dai, come si fa a non intripparsi quando Luke entra nella grotta, combatte con Dart Vader e scopre che dietro la maschera si cela il suo stesso volto. Figo, troppo figo. 
Taccio sui nuovi episodi. Il II m'è piaciuto, ma in effetti rispetto alla trilogia classica...manca quell'ironia, quella potente vena mitica che scorreva sotto la storia degli episodi IV, V e VI. E poi non c'è Jan Solo. Una perdita irrecuperabile...
Ultimo consiglio: Leo Ortolani, uno dei miei autori preferiti di fumetti, inventore di Rat Man (leggetevelo, è geniale), è un adoratore di Star Wars. Ne ha fatto una parodia spettacolare, Star Rats. È stata riedita un paio di anni fa. Procuratevela, è spettacolare!!

Si vede che scrivo fantasy. C'ho la mania dei post in più parti. La potremmo chiamare Sindrome di Tolkien. Comunque sia, veniamo al merito. Vi parlerò col cuore in mano. Oggi non aveva niente da dire. Oh, capita. Poi mi sono letta i commenti al post precedente, e m'è venuta l'idea della seconda parte del post di ieri. Voilà. Un ragionamento che fanno tutti gli scrittori mediocri della terra. Così, dopo la trilogia di Capodanno, la bilogia di Addicted, ecco la bilogia di Star Wars. Ieri ho parlato della serie classica. Oggi si parla degli ultimi due film fatti. Preparatevi...


L'Episode I lo andai a vedere col mio ex. Insistetti anche per andarci, aspettandomi chissà quale figata. Inutile dire che a circa mezz'ora dall'inizio del film già volevo nascondermi sotto terra. Già l'entrata in scena dei cattivoni che parlano russo aveva messo a dura prova la fiducia che ho nella mia capacità di trovare film decenti da andare a vedere. Poi era comparso Jar Jar Binks assieme al suo simpatico popolo, e le palle che non ho mi son cadute a terra. Infine, la scena clou del film.
Qui-Gon Jinn (ma per essere Jedi devi per forza avere un nome impronunciabile?) e la mamma di Anakin. Qui-Gon parte col pippone su quanto sia forte Anakin, e dammelo a me che te l'addestro per bene, e diventerà il più grande Jedi, e porterà equilibrio nella Forza...Poi, la domanda: "Chi è il padre?".
Trasfigurazione. Il donnino congiunge le mani in posa mistica e si trasforma repentinamente in una icona russa della Madonna: "Non lo so...so solo che un giorno mi sono scoperta incita per miracolo".
...
Giuro, mi sono vergognata io per Lucas.
Taccio dell'inutilissimo Darth Maul e della fine da coglione di Qi-Gon.

Veniamo all'Episode II. Stavolta ci vado col Vermone e la mia solita compagnia, tra cui Ninna. Devo dire che il secondo all'epoca mi piacque, e anche adesso mi diverto a vederlo, ma sospetto che la gran parte di questo divertimento derivi solo dal fatto che sono una Ewan McGregor fan...Comunque, di certo è meglio di quel delirio dell'Episode I. Però è funestato da alcune immani cazzate (colgo l'occasione per ringraziare il grRRiiz che di recente me ne ha fatti notare svariate). Farò un breve elenco:
- Obi Wan, che c'hanno spacciato per non so che jedi super figo, è una pippa. Viene mazzolato per tutto il film da Jango Fett, è sciapo da morire ed si fa mettere sotto alla grande dal suo intemperante allievo. Olè. Un episodio per tutti. Obi-Wan e Anakin stan fuori dalla porta della camera di Padme. Stanno lì per proteggerla, e, visto che si annoiano, si dilungano in inutilissime disquisizioni. Nel frattempo i vermoni fanno un po' quel cacchio che gli pare dentro la stanza della cara principessa, e i Nostri se ne accorgono praticamente per caso. All'anima della capacità di controllare la Forza...
- anche il resto del consesso Jedi non se la cava meglio...Yoda sente la sofferenza di Anakin a un fottio di anni luce di distanza ma non percepisce che a tre metri c'ha il futuro imperatore...
- ci siamo scordati il Lato Oscuro, visto che quando un personaggio dice "È il conte Dookoo a cercare di ammazzare la principessa" il gran capo dei Jedi risponde: "No! Dookoo era un jedi, non può essere malvagio" (??)
- anche qui c'è la chicca. Obi "Pippa" Wan sta cercando Camino, ma scopre che nella mappe non ci sta. Il campo gravitazionale del resto delle stelle indica che il pianeta ci deve stare, ma le mappe non lo indicano. Obi è sconvolto. "Cazzo vuol dire?? Non capisco...". Va a farsi illuminare da Yoda, ma pure Yoda è perplesso. In effetti il problema è davvero complesso...chissà che mistero c'è sotto. Un ragazzino di manco 5 anni dà la risposta esatta: "Sarà che l'avranno semplicemente cancellato dalle mappe, idioti, no?". E Yoda commenta: "Meravigliosa la mente dei bambini è...". Certo, se il bambino viene paragonato con due celebrolesi...

Finisco qua, che già sono andata lunga, e mi è stato fatto notare che il lettore medio dopo le 50 righe a ragione si stufa. Il post conclusivo della trilogia a dopo l'uscita dell'Episode III, ma forse nel frattempo potrete baloccarvi con qualche versione estesa...

Scritto licia_t alle 11:18 * post * commenti

Viglia di Natale
No, non è riciclaggio, è inutile che vi lamentiate. Sì, in effetti oggi non avevo nulla di interessante da dirvi, ma avrei potuto lungamente annoiarvi col resoconto della mia ultima visione del concerto dei Muse a Glastonbury l'anno scorso. Invece, ho pensato di darmi alle memorie. Come sapete, partecipo al fight blog. Ho postato parecchie cose lì, alcune delle quali mi piaciucchiano. Ho visto che in molti salvano sul proprio blog i post migliori del fitght blog, magari quelli che li hanno fatti vincere. Ho pensato che posso far lo stesso anch'io. L'ho già fatto col post su Licia Jones, lo rifaccio con questa Vigilia di Natale. Era il sedicesimo compito, e arrivai seconda. Ve lo propongo, perchè lo trovo meno peggio di altri. Enjoy.

Vigilia di Natale
Lei si riveste in fretta. Del resto fa freddo. Lui no. Lui resta a guardarla mentre si districa tra la leva del cambio e il freno a mano. E' agile. Certo, chissà quante volte lo farà ogni notte. Si rinfila i jenas stretti. Non è vestita come una puttana. A guardarla sembra una ragazzina qualunque. E' più giovane di quanto credesse. Eppure l'aveva vista spesso, lì con le sue amiche. Aveva sempre le cuffie infilate, sentiva la musica e ballava per la strada.
Lei si è vestita, e ora lo guarda in attesa. Certo. I soldi. Lui si cerca le tasche tra le pieghe della camicia stropicciata, tira fuori il portafogli e le porge quanto pattuito. Lei mette le mani sulle banconote, ma ad un tratto lui esita. Trattiene i soldi.
"Se ti pago, resti qui con me?"
Una domanda assurda. Non si sono detti una parola, da quando si sono incontrati. Solo il prezzo. E' stata in silenzio tutto il tempo, non ha nemmeno provato a fingere. Del resto, lui si aspettava che sarebbe stato così. Eppure era andato lo stesso.
La decisione l'aveva presa un paio di ore prima, quando era tornato dal lavoro. Aveva acceso la tv e aveva cucinato. Pastasciutta al pomodoro e una fettina. Un panettone per tradizione. Aveva apparecchiato, poi era rimasto in piedi a contemplare la tavola senza tovaglia, le macchie di umido sul muro. Silenzio assoluto, nel monolocale. Solo il chiacchiericcio della speaker del tiggì sulle vacanze di Natale, sui regali. E allora aveva sentito che se fosse rimasto lì sarebbe morto, morto come il tavolo e la sedia arrugginita. E allora aveva preso la sua cinquecento ed era andato a cercare la ragazza che ballava in mezzo alla strada. Non l'aveva mai fatto, ma si era detto che il calore di un corpo è meglio di niente.
"Se ti pago, resti?".
Lei è interdetta. Lui molla i soldi e ravana nel portafogli. Dieci euro. Glieli mostra.
"Dieci minuti qui con me e sono tuoi. Parliamo, non facciamo altro".
Lei prende i soldi titubante.
"Poco" aggiunge.
"Sì, poco" sorride lui. E il silenzio cala sui due. Cosa vuole fare, si dice lui? Che intenzioni ha? Lei è lì, irragiungibile ed estranea, e probabilmente lo odia, come odia tutti. Lui stesso li odia quelli che vanno a mignotte. Cercava il calore, ma ha immensamente freddo, nel buio della macchina. Guarda fuori dal finestrino appannato. Neppure la consolazione della neve sulla città, solo gelo senza scampo. Prende il pacchetto delle sigarette, ne estrae una e se l'accende. Nota che lei lo guarda quasi con invidia, poi si volta, cerca il coraggio. E poi lo dice.
"Ce l'hai una sigaretta?".
"Certo".
Gliela porge, gliel'accende, e lei aspira con voluttà, chiudendo gli occhi. E' bella, neppure tutto quel tempo sulla strada le ha tolto quell'aria dolente da scolaretta. Ci si potrebbe quasi innamorare di lei.
"Quanti anni hai?" le chiede.
"Diciotto".
Probabilmente non è vero, sembra più piccola, ma non importa.
"Credi che prima o poi cambierà tutto questo?" le chiede a sorpresa.
Lei lo osserva stupita, non capisce.
"Tutto cosa?".
"Tutto. Noi. Io e te. Se tu smetterai di far questo e io troverò un modo per uscirne".
Lei aspira. Il suo volto s'è fatto serio e vecchio.
"No" sussurra.
"Neppure io lo credo" chiosa lui.
Aspira, il fumo riempie la macchina.
"Però potrei venire a trovarti, ogni tanto. Ti pago e stiamo così, a parlare, a non fare altro".
"Come vuoi" dice lei senza espressione.
Fuori, un botto illumina di verde la notte. Lui guarda l'orologio. Le 23.30.
"Come ti chiami?"
"Anna".
"Buon Natale, Anna".

Scritto licia_t alle 11:15 * post * commenti

Libri
Più ci penso, più mi rendo conto che io la vita la conosco più dai libri che da altro. Per ogni esperienza, un libro che me l'ha insegnata. Il dolore della guerra, la rassegnazione dei vinti: La Storia
Il senso di una battaglia, il valore dell’uomo e dell’eroe, la tragedia: l’Iliade.

Il medioevo, i libri stessi, la vita come labirinto: Il Nome della Rosa.

Il Giappone, le sue lotte intestine, i suoi panorami: i libri di Lian Hearn.

Ci sono posti dove non sono mai stata, lì i libri mi hanno portata. Ci sono esperienze che non ho mai fatto, storie che per fortuna o per sfortuna non ho mai vissuto, i libri me le hanno fatte vivere.

Finisce che le cose si sovrappongono, e non puoi prescindere dai libri, quando poi certe cose le vivi, o le scrivi. Ad ogni riga del mio libro c’è dentro un altro libro. Mi meraviglio che la gente non se ne accorga. Mi tira fuori citazioni assurde, da cose che non ho mai letto, e non vede le cose ovvie, che per me sono lampanti come la luce del sole. I libri si parlano, è verissimo. La mia piccola biblioteca non è nulla rispetto alla Biblioteca dell’Abbazia di Abbone, eppure di sera anch’io sento i libri che sussurrano tra loro. Chissà che cosa dicono i miei due volumi.

Sono stata in Sicilia, l’estate scorsa, un posto dove avrei sempre voluto andare, e dove non ero mai stata. E non potevo prescindere da quel che avevo letto di quella terra, non potevo, guardando certi panorami, non pensare a Tomasi di Lampedusa, a Camilleri. E il mare è sempre un po’ L’Isola di Arturo, o i Malavoglia.

Non so se sia una cosa bella o brutta, questa vita per interposta persona. Forse è questo il senso di un libro. Portarci là dove la vita non ci ha condotto, a toccare le vite di altri, a mettere il nostro pezzetto al mosaico e vedere le tessere degli altri. A volte, quando ricevo certe lettere, credo di sì, che ci si tocchi molto a fondo, quando si scrive e si legge. Per questo forse mi vergogno di raccontare cosa ho scritto. Perché c’è molto di me nelle parole che ho buttato giù.

Ho creato una volta un personaggio, uno che ha sempre vissuto nella bambagia, che è stato sempre alla finestra della vita, come ammette esso stesso. Eppure sa tanto degli uomini e della loro natura, ed è più saggio di chi invece ha vissuto vite travagliate, ed è passato attraverso sciagure di ogni tipo. Un po’ come Novecento di Baricco, che guarda il mondo da una nave.

Ecco, io non so se esiste gente così, ma probabilmente è così che vorrei vedere me stessa lettrice. Una che per tante cosa sta alla finestra, ma che ha dita lunghe come le pagine di un libro, e la carta è leggera, vola dappertutto.

Guardare non è come vivere, ma ti aiuta a capire ciò che vivi.

 

Scritto licia_t alle 11:11 * post * commenti

Due milioni di pellegrini
In questi giorni a Roma è invasa. Roma ha generalmente 3 milioni di abitanti. In questi giorni ci sono circa 2 milioni di pellegrini. Due milioni. A riempire le vie, a traboccare nei vicoli. Io mi sono sentita male una volta al concerto del 1° maggio, tutta quella folla che mi premeva da tutte le parti mi angosciava, ero sicura di finire schiacciata. Per questo ho desistito dall'andare al funerale del Papa. MI avrebbe fatto piacere, ma così è impossibile, non riuscirei neppure ad arrivare in vista di San Pietro.
In questi giorni guardo le foto, vedo la gente che sfila davanti al corpo di Wojtyla, e mi chiedo perchè. Perchè due, tre milioni di persone si fanno dodici ore di fila per due secondi davanti ad un corpo. Perchè questo è l'uomo steso sotto l'altare. Un corpo. Cosa significa questo sacrificio, questo fervore.
Premetto che io non lo capisco. Personalmente, non riesco ad avere nessun rapporto col corpo di una persona morta. Riuscivo ad averlo con mia nonna morente, ma quando l'hanno esposta sul letto, morta, non riuscivo a sentire alcun legame con quel corpo, e anzi mi dava quasi fastidio guardarlo, o che fosse visto da tutta la gente che entrava e usciva da casa nostra. Lei era altrove, molto lontano da noi e dalle nostre lacrime e sorrisi, e quel che a noi era rimasto era solo un guscio vuoto. Così il corpo di Wojtyla per me non è il Papa. E' un corpo.
Eppure la gente parte da tutto il mondo e viene a vederlo, quando magari non l'ha mai visto quando era vivo, quando ci parlava, e ci diceva cose condivisibili o meno. Perchè.
All'inizio ho creduto fosse Dio. La grandezza di Dio nella fede di chi veniva da lui. Credevo fosse fede, una fede silente che scorre sotto la pelle della storia. Dio ci ha toccato con la vita di quest'uomo e la morte di quest'uomo.
Ma è questa la verità? O quella gente non è lì magari per una forma di esaltazione di massa? E' il primo Papa che muore nell'epoca della comunicazione di massa; nel '78 Papa Luciani morì in un mondo in cui la televisione non è ancora quel che è per noi oggi. E la tv in questi giorni ci ha storditi, confusi, imbottiti di retorica e commozione. E forse noi non abbiamo fatto altro che rispondere, ammassandoci davanti all'altare di San Pietro, piangendo per qualcuno di cui magari avevamo ignorato l'esistenza fino ad allora. Forse il fervore della folla in attesa è lo stesso terribile furore delle masse delle rivoluzioni, delle manifestazioni. L'uomo che cessa di essere uomo per divenire gente, in un delirio di esaltazione.
O forse è turismo. E' desiderio di esserci lì dove crediamo si compia la storia, innanzi ad un corpo che segna un passaggio da un'epoca all'altra, per dire un giorno a figli e nipoti: io c'ero. Ignorando che la storia si compie in ogni attimo, in ogni istante ci passa accanto e ci esalta o ci distrugge, con quella forza inarrestabile che le conosciamo.

Io la risposta non la so. Forse è tutto questo assieme, in quella folla gomito a gomito si tocca il fervore del religioso con la vanità mondana di chi vuole esserci, l'esaltazione dell'ateo che si illude di credere e l'opera incessante di Dio, che agisce su cuori di credenti e non. Forse è così, come accade sempre nella vita. Perchè io credo che la realtà sia sempre molteplice, semplice e complessa.

Un'ultima parola: ieri sera Bush e il suo codazzo sono andati a rendere omaggio al Papa. Già mi risulta difficile accettare che Bush appena sceso dall'aereo possa andare a inginocchiarsi lì passando davanti a due milioni di pellegrini mentre una persona normale deve farsi dodici ore di calvario sotto il sole, ma più ancora mi irrita che un uomo come lui, che quanto a idee era del tutto agli antipodi del Papa, si vada ad inginocchiare lì recitando la parte del presidente pio e giusto. Questo per me significa tirare Dio in mezzo a faccende fin troppo umane, significa appropriarsi della morte di un uomo per i propri scopi. Ed è ipocrisia che quelle mani che hanno ordinato la morte di 100 000 iracheni si appoggino sul legno dell'inginocchiatoio per pregare. Piuttosto che portare la tua faccia lì, ad uso e consumo delle telecamere e dei tuoi elettori, Bush, avresti fatto meglio a dare ascolto al messaggio del Papa quando
ancora era vivo, perchè è fin troppo facile falsificare le sue parole ora che è morto. Dovrebbe vergognarsi, semplicemente.

 

Scritto licia_t alle 11:09 * post * commenti

Noia
Oggi ho attraversato una fase che potrei definire da zitella inacidita. Stesso atteggiamento di apertura verso la vita, stesso grado di sopportazione della presenza di altri esseri umani. Direi che mi faccio ribrezzo da sola.
In realtà la mattina non era partita male, ma già mi sentivo come irritata, e non so dirvi perchè. La situazione è degenerata in pochissimo tempo, ed è finita che tutto oggi mi irritava. Una parola dei miei e mi giravano le scatole. Leggevo le notizie su Repubblica on line e provavo solo disgusto. I funerali del Papa e io provavo nausea di fronte al parterre di vip e ai cori da stadio "Giovanni Paolo II" e "Santo Subito". Manco stessimo all'Olimpico.
Qualsiasi commento abbia postato su un forum qualunque, era irritato o irritante, offeso o offensivo. È finita che sono andata sul forum de L'Unità a fare dell'inutile polemica, la cosa che mi riesce meglio.
E assieme all'acidità, alla noia della giornata, verso sera pian piano è venuto anche una specie di scoramento. Una stanchezza per come vanno le cose. Il mondo che entra dalla tv mi stanca. Stasera mi stanca tutto. Mi annoia la politica che dilaga da un forum all'altro, tra un "fascista di merda" e uno "sporco comunista", questi slogan privi di ogni senso, sparati così, perchè non sai che altro dire, perchè di idee non c'è più nemmeno l'ombra, e allora ti attacchi ai simboli, come nel paganesimo più becero. Mi annoia la televisione, che è riuscita a banalizzare persino, e anzi soprattutto, Dio, lei e i suoi ridicoli spottini pubblicitari con musica ad effetto e immagini patinate del Papa che bacia un bambino, del Papa malato, del Papa, del Papa, del Papa. Mi annoia l'atteggiamento che ho verso certe cose, il modo becero con cui critico in ameminonsidice, come se non fossi cascata tremila volte anch'io sotto i colpi di lettori che si sentivano grandi recensori, e che con tre parole distruggevano il sudato frutto di un anno e mezzo di lacrime ed esaltazioni sulle 1200 pagine del mio libro. Mi annoia la finta ribellione di chi si sente diverso e miliore solo perchè fa sesso con disinvoltura, e che spara le sue pippe adolescenziali manco fossero grandi problemi esistenziali o spleen alla Baudelarie.
Odio sentirmi così sfiduciata, però capita. Umore bigio come il cielo di oggi.
L'unica cosa vera che mi resta di questa giornata passata in ozio a casa sono le cinque paginbe che ho scritto stasera. Non che siano le più sentite che abbia scritto finora, ma mi portano dentro quel consueto mondo che mi costruisco attorno ogni volta che mi invento una storia, un mondo dove magari tutto è terribile come da noi, ma in cui tutto è davvero assoluto, tragico e netto, e i dolori vorrebbero avere le dimensioni delle tragedie.
Forse non dovrei mai passare le giornate di riposo a vagare come un'anima in pena per le vie di Internet.

Scritto licia_t alle 11:04 * post * commenti

La mia vita senza di loro
Dunque, stamane ero partita con l'idea di compilare il test che mi era stato suggerito da Soxermy. Ho iniziato e la mia sicurezza ha vacillato alla domanda
TRUZZO METALLARO ALTERNATIVO CIELLINO DARK SANCARLINO HIP HOP FIGHETTA O BACCHETTONE?
Poi un altro dubbio l'ho avuto quando mi è stato chiesto
LA TUA MIGLIORE AMICA E' VIVA?
Quando mi sono accorta che alla milionesima domanda mi ero scocciata ed ero solo a metà ho desistito. Non che queste cose non mi piacciano, ma se mi ero scocciata io a scriverlo mi sono immaginata che voi avreste smesso di leggere alla seconda domanda.
Così, cambio argomento e lancio uno strale moralistico. Forse avete già cambiato pagina lo stesso, ma io proseguo  imperterrita.
Lo spunto me l'ha dato una domanda del test. Si parlava di marchi: meglio Pepsi o CocaCola? E Tra Adidas e Puma? Ecco. Di recente ho visto in tv una pubblicità che trovo agghiacciante. Si ripercorre la storia di varie persone: una ragazza, un ragazzo, tipicamente. Si va dalla nascita all'età adulta. Evitate accuratamente la vecchiaia e la morte. Una vocina paternalistica recita fuori campo: "Eravamo con te quando hai fatto questo, eravamo anche quando hai fatto quello". E sullo schermo ecco primi bagnetti, primi baci, colloqui di lavoro. Chi è quest'essenza che ci ha seguito così da vicino nella nostra vita? Che ha vegliato benevolmente su di noi? Dio? L'Angelo Custode? La Mamma? No! Le Marche! Infatti, la pubblicità si chiude con uno slogan d'effetto: "I tuoi marchi, la tua vita".
Roba che io quando vedo questa roba sono tentata di scappare fuori di casa come un lampo, fermarmi dal primo ambulante cinese che incontro per strada e comprarmi un bel profumo di Rocco Tarocco.
"I tuoi marchi, la tua vita"?? La mia vita si riduce alla CocaCola, la Barilla e qualcos'altro? Questa è la mia vita? Purtroppo sì. È così. La nostra identità è quella dei consumatori. Non abbiamo altro senso all'interno della società. Ciò che ci identifica è ciò che compriamo. È questo che mi fa imbestialire di quella pubblicità. Che dice una cosa vera, e la dice come fosse una cosa bella. Invece è la snaturazione dell'uomo, il ridurre l'essere umano a mera merce. L'essenza dell'Occidente. La Nostra Cultura. È un marchio. Questa è l'unica cosa che ci unisca davvero. Il consumo.
So di non poter sfuggire ad una cosa del genere. Nessuno scappa. Però è un po' che ho mandato rispettosamente affanculo la CocaCola, la Pepsi, la Nike e tutto il resto della compagnia. Poca roba firmata nel mio armadio. Pomposamente lo chiamo boicottaggio. Diciamo che è un modo per asserire che la mia vita non è legata a nessun marchio del cavolo, e che loro non c'erano quando ho dato il mio primo bacio, non c'erano ai miei colloqui di lavoro, non ci saranno quando mi sposerò e non toccheranno i miei eventuali figli. Forse è un'illusione. Con ogni probabilità lo è. Ma è meglio che niente.

Scritto licia_t alle 10:57 * post * commenti

Neuschwanstein
Continua il giro "wittelsbachiano" della Baviera, e in un giro del genere non poteva mancare questo famigerato castello, imitato un po' da tutti. Ad esempio, il castello di Cenerentola è uguale, ma anche, come vi ho detto, il castello di Persefone nella serie di Hades. In effetti è un posto affascinante. C'ero già stata nove anni fa con la scuola, e devo dire che mi ha fatto uno strano effetto rivedere i posti dove ero stata coi miei compagni di classe. Il baretto dove mangiammo hod dog sotto la neve, il negozio di souvenir dove comprai la penna per il Violinista, il mio amore disperato dell'epoca, e la stella per me, che ancora sta appesa alla mia libreria, in quel di Roma. Era tutto identico. Solo con un freddo svariate volte superiore e sotto la bufera.
Il castello era là, aggrappato alla rupe, solitario in mezzo a dirupi e boschi innevati, ostinato nella sua solitudine. Era immerso nella bruma e oscurato dalla neve, per cui i suoi contorni stemepravano nel bianco che c'era attorno. Un castello da favola, dicono alcuni. Una rocca solitaria e in qualche modo desolata, dico io, a dispetto degli stucchi e degli sgargianti colori degli affreschi. Non credo abbia un gran valore artistico, ma entrarci dentro è fare un viaggio nell'animo, nella leggenda dell'uomo che l'ha costruito.
Ora, premetto che la figura di Ludwig inizia ad affascinarmi alquanto. Premetto anche che un posto del genere può essere considerato la Disneyland degli amanti del fantasy. Per una come me, il cui immaginario è popolato di draghi, spade e rocche, Neuschwanstein è la tappa obbligata di un viaggio nel cuore dei miei stessi sogni, come credo sia per chiunque come me si senta in qualche modo attratto dal fantasy e dal medioevo. Ci sono andata alla ricerca di certe emozioni e di certi sogni, e li ho trovati tutti. Avrei preferito un bel giro solitario, perchè la bellezza mozzafiato dei panorami esige un silenzio che quella rocca non vede da almeno centocinquant'anni, e avrei preferito girare per stanze deserte, perchè i saloni del castello mantengono un'atmosfera di solitudine estrema, ed esigono un passaggio in religioso silenzio, per godere appieno dell'aria mistica e desolata, decadente, come ha fatto notare mio padre, di cui sono intrisi. Ecco, in ogni stanza invece ero in compagnia di almeno altri cinquanta turisti macchina fotografica muniti, più la radiolina che spiegava le varie cose che vedevo. Forse sarebbe stato il caso di spegnere anche quella, perchè alla fin fine è il mito Ludwig che mi interessava, più che la sua vera natura di uomo. Comunque, mi bastava ogni tanto accostarmi nell'angolo come affollato della sala, vicino ad una finestra, e guardare fuori la tormenta per sentirmi sola davvero.
Che dire? Neuschwanstein è il posto che mi farei costruire se avessi un sacco di soldi. Mi immagino quanto debba essere tragico e grandioso a sera, quando è chiuso, e le sale si fanno fredde, il sole tramonta dietro i picchi e arriva la notte. Mi piacerebbe immaginarmi seduta lì da qualche parte a scrivere. Sono sicura che ne verrebbero fuori cose spettacolari.
Neuschwanstein è pieno di stucchi, pieno di legni lavorati, e ovunque affreschi sui miti che ossessionavano Ludwig, tutti quelli che il suo mito personale Wagner aveva trattato nelle sue opere. I colori sono vividi, le decorazioni invece pesanti, e le stanze sono piccole, basse, soffocate da tutto quel legno. Persino la sala del trono crolla sotto il peso dell'oro che adorna il soffitto, dello zaffiro sfavillante delle sue colonne, e del suo enorme lampadario a forma di corona. Tutto dà l'idea di un luogo nato per consolare l'animo di qualcuno molto triste. Sebbene sia immenso, è comunque raccolto. È nato per ospitare una persona, e una persona sola, non di più.
Mi sembra di potermi immaginare questa figura mitica che avevo già intravisto a Nynphenburg, questo principe solitario che non si sente capito da nessuno, e allora cade del tutto vittima delle proprie ossessioni. E Neuschwanstein è questo, una immensa prigione dorata, il racconto di un'ossessione. Ludwig sognava di reami che non sono mai esistiti, si sentiva un uomo fuori tempo massimo, e allora, quando davvero iniziò a non poterne più di sentirsi solo nella folla di Monaco, decise che tutto il suo immaginario interiore dovesse realizzarsi, come uno spettacolo messo in scena per un solo spettatore. E allora non contavano più nulla gli sperperi, nè le voci su di lui che circolavano nella Baviera: contava solo il suo immaginario fantastico, che mattone dopo mattone prendeva corpo a Neuschwanstein. C'è qualcosa di grandioso in tutto questo, di tragico. Qualcosa di molto letterario, anche. C'è chi i suoi mondi li costruisce su carta, cercando in qualche modo di condividere le proprie ossessioni con gli altri. Chi invece si rinchiude in se stesso, e costruisce fisicamente i propri sogni, un luogo in cui rinchiudersi. Siamo di nuovo a quel famoso post sul luogo in cui vivere in pace, che non esiste. Ludwig deve essersi detto che se davvero non c'era posto per lui al mondo, allora si sarebbe costruito qualcosa in cui sentirsi infine a casa, un posto dove non potesse sentirsi estraneo, perchè costruito a sua immagine e somiglianza. A Neuschwanstein c'è vissuto poco, è morto poco la sua costruzione, e all'epoca non era neppure finito (come incompleto è ancora oggi), ma non credo che in quei pochi mesi possa essersi sentito davvero pacificato in cima a quei monti. A se stessi non si sfugge.
Ho letto ieri sera qualcosa che scrisse a proposito di se stesso e della sua condizione. Non ho la fonte sottomano, e cito allora a braccio. Nella tal lettera, Ludwig diceva di sentirsi in qualche modo diverso (a torto o a raagione non saprei dirlo) e di non riuscire a esprimere questa inadeguatezza in alcun modo. Non era un poeta, che potesse mettere su carta quanto sente, e allora anche questa consolazione gli era preclusa.
Ecco, i castelli sono la sua poesia su pietra. I castelli che ha fatto costruire sono il modo per esprimere il proprio dolore, il senso che di sicuro provava di essere un uomo dei tempi antichi, tempi che per altro esistevano solo nella sua immaginazione, catapultato in un'epoca che non capiva, cui non voleva adeguarsi. Per questo il suo mito resta una figura tragica, in cui alla fin fine ciascuno di noi si sente vicino. Siamo tutti così, incapaci di capire davvero il mondo.
La cosa più bella che ho visto a Neuschwanstein (a parte gli splendidi panorami, quelli nessuna opera architettonica potrà mai batterli) è un angolino che c'è in una stanza. È una specie di saletta circolare aperta sulla stanza, circondata da finestre piombate che danno sulla valle, con al centro una sedia e un tavolo. Un pensatoio per uomini solitari e tristi. Il senso dell'immenso castello da sogno che Ludwig si fece costruire.
A volte vorrei anch'io una saletta così, che desse su tutte le meraviglie che ogni giorno mi capitano sotto gli occhi: Monaco innevata, le gole di Celano, il Tuscolo dipinto dai colori dell'autunno. E là starmene seduta a guardare e a scrivere, fino alla fine del mondo.

P.S.
Purtroppo le foto che ho fatto (in realtà le ha fatte papà) sono ancora nella macchinetta e non ho il cavo a portata di mano per tirarle fuori. I miei comunque me le spediranno da Roma, per cui tra qualche giorno potrete vederle nella solita sezione foto.

Scritto licia_t alle 10:32 * post * commenti

 

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News


27 FEBBRAIO
Uscita de Le Due Guerriere, secondo capitolo de Le Guerre del Mondo Emerso

3 MARZO
ore 21:00
Sala Civica Togni
via Peracchia12
Gussago (BS)
Chiacchierata sui miei libri

11 MARZO
ore 16.00
Libreria Mondadori
Grosseto
presentazione de Le Due Guerriere

il mondo emerso di carta









canzoni

Muse - Fury
Muse - Thoughts of a Dying Atheist
Muse - Bliss
Muse - Plug in Baby
Manowar - Master of the Winds
De André - Princesa
De André - Il Testamento di Tito
De André - Un Blasfemo
De André - Il Suonatore Jones
De André - Il Sogno di Maria
Bach - Passione Secondo Matteo
Bach - Toccata e Fuga in Re minore

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citazioni

iMac, uCrash

Einstein Dio non gioca a Dadi
BohrEinstein, non dire a Dio cosa deve fare

Si muore bambini. Lo sappiamo tutti. Ed è la morte peggiore.
Nicoletta Vallorani, Snuff Movie

Dovunque si vada, ciò che ci attende è sempre un campo di battaglia.
Berserk

E tutti si domandano cosa c'è dopo la morte, ma a me che passo il tempo a trovare qualche rima non mi frega quel che cavolo deciderà la sorte,mi chiedo più che altro cosa c'è prima, che cavolo c'è prima della fine? Giorni come questo, a tutti gli altri uguale, e noi ombre che vaghiamo smarrite sul confine, in cerca di una vita che non faccia così male...
Dylan Dog

Il sole sarebbe salito alto sopre la montagne, accorciando l'ombra dei cedri; poi sarebbe scomparso di nuovo dietro i crinali. Così andava il mondo e così sarebbe sempre andato, mentre l'umanità cercava di sopravvivere tra la luce e le tenebre.
Lian Hearn, La leggenda di Otori

Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo, non per quello che è, ma per il gruppo cui gli accade di appartenere.
Primo Levi

- Tricia McMillian? - biascicò - Che ci fai qui? -
- Quello che ci fai tu - disse lei - Ho chiesto un passaggio. Dopotutto, con una laurea in matematica e un'altra in astrofisica cos'altro potevo fare? O quello o tornare a fare la fila il lunedì all'Ufficio di Collocamento -
Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti

La vita è un cortometraggio. Hai voglia di fare un kolossal ma non basta la pellicola.
Andrea Pinketts, Nonostante Clizia

L'Esagono è la centrale operativa dell'esercito del nostro paese. Lo hanno costruito lontano dalle guerre, in modo che i soldati, a quella distanza, appaiano così piccoli da sembrare poco più che dei numeri.
Leo Ortolani, Rat Man - Il Soldato

consigli per gli acquisti

Michael Moore, Ingannati e Traditi

Jonathan Stroud, L'Occhio del Golem

Muse, Absolution

System of a Down, Hypnotize

Jonathan Stroud, Ptomely's Gate

Alan Moore, David Lloyd, V for Vendetta

Corpse Bride

Thief III

Star Rats Episode I, Leo Ortolani